Protetto: Prova 1

30 Settembre 2008

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Toyota sempre più votata al “verde”

30 Settembre 2008

Della serie: volere è potere, ancora una volta la Toyota decide di “fare” invece che “parlare”.

Già con la Prius ha dimostrato di essere perspicace e perseverante e sta vincendo la scommessa sull’ibrido, che non è la soluzione al problema dell’inquinamento e del consumo di petrolio, ma sicuramente indirizza verso la giusta strada, che passa anche attraverso a modelli che non rendono immediatamente a livello economico, però chi la dura la vince.

Ora arriva la IQ che si inserisce nel nuovo segmento creato proprio 10 anni fa dalla Smart, un’altra che ha investito e portato avanti un progetto che inizialmente aveva solo detrattori.

Auto piccole, su misura della città, a basse emissioni, occupano poco spazio e garantiscono un uso più rilassato. (Avendo una Smart so quel che dico.)

Ed ora la notizia:

Fra pochi giorni la Toyota inaugurerà, in un suo stabilimento, il più esteso tetto solare dell’America del Nord. A partire dall’inizio di ottobre, infatti, la fabbrica di Ontario (California) della Casa giapponese verrà alimentata da ben 10.417 pannelli fotovoltaici ad alta efficienza posti sul tetto: un numero di pannelli solari che occupa una superficie enorme, grande più o meno come quattro campi da calcio.

La struttura – progettata e costruita da SunPower – sarà in grado di fornire il 60% dell’energia elettrica necessaria al funzionamento dello stabilimento, pari a circa 3,7 milioni di chilowattora all’anno. Una quantità di energia che, se venisse ottenuta da combustibili fossili, nello stesso periodo di tempo comporterebbe l’emissione nell’atmosfera di 2850 tonnellate di anidride carbonica.


Meglio il PET o la bioplastica?

30 Settembre 2008

Uno studio sostiene che la bioplastica non sia così “eco” come sembra. Prodotta con amido di mais, è utilizzata per diversi oggetti solitamente fabbricati in PET. Facciamo il punto.

Lo studio, che ora è solo ad una fase iniziale, è del Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica “Giulio Natta” del Politecnico di Milano e presenta un primo confronto tra PLA (bioplastica) e PET per quanto riguarda i contenitori ad uso alimentare e le bottiglie.
L’allarme ricalca quello dato a fine aprile dal quotidiano britannico “Guardian”, che ha presentato uno studio molto simile.

Secondo i professori del Politecnico che hanno effettuato le analisi, il PLA non sarebbe né efficiente quanto il PET, né tanto meno ecologico. Insomma, viene considerato come una sorta di “bufala”.

Nel confronto tra PET e PLA tutto sembra a favore del primo. In questa fase preliminare dello studio, tuttavia, si prendono in considerazione quasi esclusivamente i difetti del PLA senza tuttavia fare cenno a quelli del PET.

Facciamo qualche esempio:
- Nello studio si mette in evidenza che il PET diventa instabile a 72°C, mentre il PLA a 55°C. Questo comporta che l’attenzione nel maneggiare la bioplastica deve essere maggiore rispetto a quella usata per il PET.
In pratica, le bottiglie in PLA non possono essere esposte ad una temperatura superiore ai 50°C senza perdere le proprie caratteristiche meccaniche o senza rilasciare sostanze nel liquido che contengono.
Non si fa ad esempio cenno al fatto che la sostanza rilasciata nel liquido dal PLA è solo amido di mais, mentre nel caso del PET si parla di acetaldeide (seppure in piccolissime quantità), una sostanza tossica.

- gli studiosi sottolineano che per produrre una bottiglia in PLA servono circa 1,2 litri d’acqua. Se si conta tutta la filiera di produzione e lavorazione del mais si sale a 8 litri e mezzo.
Non si fa riferimento al fatto che per produrre il PET servono più di 3 litri a bottiglia. Questo senza contare la filiera di estrazione del petrolio (di cui è fatto il PET), la CO2 emessa durante la lavorazione e il trasporto, o il fatto che per produrre 1 kg di PET si utilizzino 1,9 kg di materia prima, il cui costo è in continua crescita.

- Lo studio non parla degli shopper, uno dei principali oggetti fabbricati sia in bioplastica che in PET.

Secondo un dato di Legambiente, ogni anno si producono in Italia 300 mila tonnellate di sacchetti di plastica in PET, che equivalgono a 430 mila tonnellate di petrolio e 200 mila tonnellate di CO2 emesse in atmosfera. In questo caso manca il dato per la bioplastica.

- Gli scienziati del Politecnico pongono dubbi sulla biodegrdabilità del PLA.

Sostengono cioè che il dato che la bioplastica si biodegradi in circa 75 giorni sia veritiero solo in particolari condizioni e ad elevate temperature. Si suggerisce quindi di utilizzare il PET perché è riciclabile, diversamente dal PLA, non adatto al riciclo.
Non si fa cenno al fatto che non tutto il PET viene riciclato: una gran parte viene infatti usata negli inceneritori. In Lombardia, ad esempio, vengono incenerite circa 150 mila tonnellate di bottiglie di PET all’anno, con un costo per la collettività di 25 milioni di euro e tonnellate di CO2 emessa.

Il bilancio della CO2 emessa dal PLA è invece zero (“ributta” nell’ambiente quella che ha immagazzinato per crescere), e in più si può trattare per produrre compost.

- Infine, il dato sul bilancio alimentare mondiale. Secondo il Politecnico se tutte le bottiglie del mondo fossero in PLA servirebbero circa 12 milioni di tonnellate di mais all’anno, facendo salire il costo della materia prima e compromettendone la distribuzione, specie nei Paesi più poveri.


Secondo Legambiente (che già aveva risposto al Guardian, in aprile), invece, la quantità di bioplastica prodotta non è così rilevante da mettere in crisi il mercato alimentare mondiale.

Restiamo in attesa della conclusione dello studio.

Chiara Boracchi

Fonte: www.lifegate.it


Abitare in salute

30 Settembre 2008

Premessa: questo articolo non è uno spot pubblicitario per un costruttore, ma se uno lavora ed offre al mercato ciò che serve, ciò che è giusto, è necessario parlarne. Che sia da esempio a chi continua a costruire brutte cose, anzi brutte case. Pao.

Ancora case a Impatto Zero® per Meraviglia, che conferma la sua adesione al progetto di LifeGate anche per il 2008/2009, con i cantieri di Castellanza (Va), Le residenze I Giardini di Michelangelo Parco Est e quelli di Zelo Surrigone (Mi) la residenza “I Fiori di Zelo”.

Meraviglia, che già da anni si occupa di problematiche legate all’inquinamento e alla situazione ambientale, ha scelto di costruire Energy-Home, case a basso consumo energetico che consumano meno dei normali edifici e riducono drasticamente le emissioni di Co2 nell’atmosfera e di compensare le emissioni prodotte dai cantieri per la realizzazione degli immobili.

La qualità di una Energy Home non è semplicemente limitata al rispetto dell’ambiente ed al risparmio energetico.


Meraviglia è partita dal fatto che nei paesi industrializzati gli individui passano la maggior parte del loro tempo in ambienti costruiti. Le persone hanno ormai una grande consapevolezza dei rischi che l’inquinamento esterno ha per la salute; molto minore è la presa di coscienza dei rischi che si possono nascondere negli ambienti domestici, dovuti alla concentrazione di vari agenti inquinanti.

Gli studi condotti a livello internazionale individuano, infatti, negli ambienti chiusi una concentrazione di sostanze dannose che supera quelle che si trovano all’esterno; l’impiego di materiali di bassa qualità nell’edilizia e, soprattutto, nella produzione di mobili, l’adozione di stili di vita che portano ad un uso diffuso di apparecchiature elettroniche ed elettrodomestici, il largo consumo di prodotti quali insetticidi, deodoranti per l’ambiente, detersivi e detergenti hanno introdotto nuove fonti di rischio, soprattutto per le persone anziane e i bambini.

Tra i principali effetti collaterali ci sono problemi respiratori ed allergici in generale.

Per questo Meraviglia ha deciso di investire parte delle proprie risorse nel monitorare queste situazioni e nel verificare, tramite analisi campione, la qualità delle proprie residenze.

I risultati sono assolutamente soddisfacenti.

Questo è possibile grazie ad una stretta collaborazione con il centro tedesco “Sentinel-Haus®” ad oggi un centro Europeo riconosciuto al livello internazionale in grado di rilasciare certificazioni inerenti la buona qualità dell’aria negli ambienti costruiti.

Per Sentinel-Haus il costruire sano è uno standard basilare di una qualità edilizia che deve rappresentare il riferimento per qualunque abitazione.
Meraviglia ha posto a requisito fondamentale delle proprie residenze il principio secondo cui:

…in una residenza di qualità, individui sani debbano rimanere tali, mentre le persone maggiormente sensibili debbano poter vivere meglio.

Una Energy- Home è anche questo…


Un bastimento carico di riso

29 Settembre 2008

Titolo: Un bastimento carico di riso

Autore: Alicia Gimenez-Bartlett

Trama: L’assassinio di un barbone, anche se calza scarpe inspiegabilmente eleganti e costose, non è un evento che possa commuovere i commissariati di Barcellona, come di ogni parte del mondo. Troppo l’impegno per un risultato comunque di scarsa importanza, visto che i barboni vivono in un mondo in tutto separato e parallelo che solo apparentemente, o occasionalmente, occupa lo spazio e il tempo del nostro mondo ordinario e savio. Ma per la sfortuna degli assassini di questo complicato caso poliziesco, che non si ferma al primo omicidio, che prende due piste e poi le abbandona, che porta alla fine a una (come sempre) disincantata soluzione, è proprio questo parallelismo ad ammaliare Petra Delicado, ispettore della polizia di Barcellona.

Letto da: Paolo

Opinione: Fermo restando che ognuno ha il suo carattere e che troppo spesso i personaggi principali dei libri sono descritti in modo tale da risultare simpatici al punto di perdonargli alcuni difetti (Vedi l’ispettore Ferraro de Con la morte nel cuore), in questo caso l’ispettore Delicato risulta veramente antipatica, arrogante, scortese, prevaricatrice e sembra godere a prendersela con i sottoposti il che tra l’altro è in contrasto con l’immagine che vuole dare di sé, della donna che ha combattuto per i giusti diritti delle minoranze. E’ una donna con una personalità fondamentalmente negativa, con sprazzi di positività, ma che per almeno metà del libro fa veramente girare le balle. Il che mi portava a propendere per consigliare un NI, ma poi alla fine c’è da dire che il libro scorre via, seppur con una certa lentezza che mi sembra tipica dei polizieschi spagnoli.

Consigliato: SI


Cosa vuole lei, cosa vuole lui?

28 Settembre 2008

Fonte: www.lifegate.it

Molti conflitti all’interno della coppia sono dovuti a un malinteso di fondo sui bisogni dell’altro. Le donne cercano prima di tutto la comprensione e gli uomini l’accettazione. Con questa chiave diventa più facile andare d’accordo!

Scoprire i bisogni primari del partner aiuta a creare una comunicazione chiara e solide basi nel rapporto. Quanto spesso – nei rapporti di coppia – capita di scaraventare contro l’altro la frase: “Non mi capisci, vedi le cose solo dal tuo punto di vista!”.

Questo perché uomini e donne hanno bisogni affettivi diversi, tutti ugualmente importanti. Individuarli significa semplificare l’ardua impresa di soddisfare le necessità del partner.

Il principio alla base dell’approccio con cui John Gray, esperto mondiale della coppia e autore del Best Seller “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere” – che ha venduto in tutto il mondo oltre 30.000 di copie – affronta l’antica conflittualità tra uomo e donna nell’ambito della coppia e della comunicazione, in genere, è l’attenzione ai due bisogni primari di entrambi, che spesso non coincidono:

Le donne desiderano, soprattutto, ricevere comprensione e gli uomini desiderano ricevere accettazione. Con questa chiave diventa molto più facile soddisfare il proprio partner e spiegargli come venire incontro anche alle nostre esigenze.

Una donna si sente compresa quando un uomo la ascolta con partecipazione e senza giudicare ciò che dice. Più questo bisogno è soddisfatto, più sarà facile dare al compagno l’accettazione che lui desidera. Un uomo si sente accettato quando la donna rispetta il suo bisogno di momentanea chiusura e introversione nel momento in cui deve affrontare una difficoltà o un problema.

Ecco alcune situazioni in cui questi bisogni non vengono soddisfatti.

Lui “non capisce” lei, ad esempio, quando di fronte a un suo bisogno di sfogo – “Che stanchezza al lavoro…. non ho neppure un attimo da dedicare a me stessa!” – lui le propone una soluzione del tipo: “Dovresti lasciare quel posto, non c’è bisogno che tu lavori così tanto. Cercati qualcosa che ti piaccia”, ignorando che gli basterebbe ascoltare con simpatia gli sfoghi della sua lei per darle sollievo e gratificazione.

Al contrario degli uomini, infatti, le donne non cercano necessariamente una soluzione quando si lamentano ma vogliono semplicemente essere ascoltate e sfogarsi.

Analogamente, lei non accetta lui quando cerca di cambiarlo, dandogli consigli e suggerimenti. Situazione tipica: una coppia è in macchina. Lui si perde. Lei gli dice: “perché non provi a chiedere indicazioni a qualcuno?”. Basta una semplice frase del genere perché lui interpreti la frase in questo modo: “sei un incompetente, non sei in grado di portarmi a destinazione!”.

A suo modo, lei vuole offrirgli aiuto, ma genera solo rabbia nel partner, il quale non si sente accettato per le sue capacità. Per loro natura, infatti, gli uomini hanno bisogno di risolvere i problemi senza aiuti esterni, senza l’assistenza altrui.

Le differenze tra uomo e donna rendono utopiche le relazioni felici e durature? No, si tratta di sviluppare una maggiore conoscenza delle dinamiche che regolano la vita a due (come quelle appena descritte) per aiutarci ad affrontare l’incontro tra due persone con diverse esigenze e diversi stili comunicativi e vivere l’amore in modo più consapevole.

Maria Giulia Luciani


Trenta idee di cioccolato

28 Settembre 2008

Fonte: lifegate.it

Gusto menta, arancia, quinoa: nelle botteghe Altromercato è arrivata la nuova linea di cioccolati equi e solidali. Tantissime stuzzicanti proposte, buone non solo per i consumatori, ma anche per i coltivatori e per l’ambiente.

Mascao, Compañera, Bribon e tutti gli altri prodotti della nuova linea di cioccolato da agricoltura biologica sono finalmente arrivati sugli scaffali dei negozi Altromercato. All’interno di originali e sofisticate confezioni, si possono trovare oltre trenta nuovi gusti, all’insegna di un prodotto sempre più ricercato e sostenibile, dove commercio equo e agricoltura biologica si fondono in un unico percorso verso la sostenibilità economica, sociale e ambientale. Per questo l’equo-bio non solo è un prodotto di altissima qualità per i consumatori, ma fa bene alla terra, a chi la abita e a chi la lavora.

I Mascao sono tutti a base di cioccolato equo e solidale da agricoltura biologica: la loro particolarità è quella di essere prodotti senza lecitina di soia e con il Mascobado, zucchero di canna integrale dalle ricche note aromatiche, che conferisce gusto e consistenza davvero unici, grazie anche alla lavorazione artigianale e ad un lungo concaggio (processo di miscelazione degli ingredienti) che elimina ogni residuo acido e rende il cioccolato uniforme e vellutato.

Rinnovati nell’aspetto, restano i gusti classici, come il cioccolato fondente extra 70% dal sapore intenso e persistente, ottimo da degustare nel pomeriggio con un bicchierino di marsala; oppure il cioccolato al latte, dal colore chiaro ma dall’aroma deciso e avvolgente, ottimo a colazione accompagnato da un tè nero indiano.

Tra le irresistibili novità troviamo invece il cioccolato fondente con menta, che sfuma piacevolmente in bocca per la presenza di piccoli cristalli di zucchero, da consumarsi alla sera accompagnato da un distillato chiaro; il cioccolato fondente extra all’arancia ideale per il dopocena con un delicato tè bianco; il cioccolato fondente extra con quinoa e riso, con intenso profumo di cereali tostati, ottimo per una pausa caffè di metà giornata… e tanti altri ancora!

Sabato 4 ottobre in tutte le botteghe Chico Mendes Altromercato degustazione dei nuovi cioccolati.

Info altromercato@chicomendes.it


I ragazzi, quante ne sanno?

28 Settembre 2008

Fonte: www.lifegate.it

In questo periodo le iniziative per sensibilizzare i ragazzi verso i temi dell’ambiente e dell’ecologia sono davvero tante. Molte provengono dal mondo dei media.

Una, particolarmente divertente, è stata lanciata da Cartoon One, società italiana che produce cartoni animati.
Si tratta di Red Caps, per l’appunto un nuovo cartone animato in cui i protagonisti sono 5 ragazzini (4 alieni dalle orecchie a punta e la pelle azzurra e un umano) con poteri speciali, il cui compito è aiutare Babbo Natale a recuperare i frammenti del cristallo che gli permette di girare il mondo la notte della vigilia e di portare i regali ai bambini.

Per farlo dovranno affrontare e risolvere una serie di problemi ambientali: dal disboscamento dell’Amazzonia all’abusivismo edilizio in Italia, alle scorie radioattive in Olanda.
Saranno affiancati da una renna con accento giamaicano e da uno scoiattolo parlante.

La serie – per ora 26 episodi – andrà in onda a partire dal 2009. Nel 2010 è previsto un adattamento per il cinema, in 3d.

Altra iniziativa di sensibilizzazione, questa volta “made in England”, è a cura dell’associazione ambientalista “We are what we do”, ossia “Siamo quello che facciamo”. Si tratta di un libro, scritto dai bambini per altri ragazzi, dal titolo “Teach your granny to text & other ways to change the world”, cioè “Insegna alla nonna a scrivere i messaggini, e altri modi per cambiare il mondo”, e al suo interno si possono trovare tanti piccoli suggerimenti per vivere le proprie giornate all’insegna dell’ecologia.

Lo scopo è portare le esperienze dei ragazzi a casa e discuterne con i “grandi” (con mamma e papà o anche con le maestre, a scuola) per diffondere i comportamenti sostenibili.

Tra gli ecoconsigli dei ragazzi: non cantare sotto la doccia, per risparmiare tempo e acqua. Far crescere in giardino qualcosa che poi si mangerà. O ancora non caricare il telefono per tutta la notte. Insomma, tanti piccoli suggerimenti per crescere come adulti un po’ più consapevoli.

Per info: www.wearewhatwedo.org

Chiara Boracchi


Dentifricio fatto in casa

28 Settembre 2008

Fonte: www.lifegate.it

I dentifrici industriali possono contenere ingredienti controversi. Per la salute del nostro sorriso, le alternative naturali non mancano. Scopriamole insieme.

La masticazione è uno dei processi fondamentali della digestione. Dalla bocca, grazie alla saliva e ai lavoro dei denti, comincia la vera digestione dei cibi, importantissima per assimilare le sostanze nutritive.

Mantenere in salute i nostri denti è di primaria importanza per star bene. Mangiando e masticando, in bocca si formano acidi, zuccheri complessi e altre sostanze che intaccano lo smalto dei denti, causando poi con il passare del tempo le fastidiose carie.

Ma prendete in mano un tubetto e leggetene gli ingredienti: vi siete mai chiesti che tipo di sostanze si nascondono dietro a nomi scientifici a volte poco comprensibili?

In ordine di quantita, in etichetta è possibile trovare:

Sorbitolo: un dolcificante presente anche nella frutta, che non viene assorbito dall’intestino. Se assunto in grosse quantità può causare gonfiori, gas, crampi e diarrea. Negli alimenti si trova sotto la sigla E420.

PEG-6: è un umettante chimico usato per impedire alla pasta di seccarsi al contatto con l’aria.

Sodium Lauryl Sulfate: è un detergente molto usato per il potere schiumogeno, lo si trova anche negli shampoo; è un tensioattivo che, se usato in quantità eccessive, risulta essere irritante per le mucose.

Aroma: spesso, se non specificato, può essere di origine chimica oltre che di dubbia utilità.

Sodium Phosphate/Disodium Phosphate: è un agente tampone, cioè è una sostanza che mantiene inalterato il pH. Rientra nei fosfati, che causano l’eutrofizzazione dell’acqua (aumento della sostanza organica nelle acque dolci e marine).

Le alternative?

Esistono molti dentifrici naturali che utilizzano solo ingredienti naturali come l’argilla, la propoli (valido antibatterico), la salvia e la menta.

In alternativa esiste in commercio il Natural Brush ovvero la radice dell’albero Araak (Salvadora persica) che cresce in tutto il Medio Oriente. Già gli antichi Egizi e Babilonesi ne conoscevano le benefiche virtù su denti e gengive.

Nella tradizione orientale la radice è nota con il nome di “sewak” che letteralmente significa “massaggio”. Funziona perché chimicamente contiene elevate quantità di fluoro e silicio, vitamina C, minerali come il potassio, sodio cloridro, bicarbonato di sodio ed ossidi di calcio: tutti ottimi sbiancanti e rinforzanti dello smalto.

Per i più “virtuosi” il dentrificio è possibile farlo in casa: basta un po’ di argilla bianca, reperibile in tutte le erboristerie, alcune gocce di olio essenziale e delle foglioline di salvia, menta o timo.
Una volta seccate, sbriciolare le foglie e aggiungerle all’argilla bianca, raccolta in un barattolino di vetro ed aggiungere qualche goccia di olio essenziale. Distribuirne una piccola quantità sullo spazzolino e… buona spazzolata!

Rudi Bressa


Voyager, ai confini dell’incoscienza

25 Settembre 2008

Faccio da cassa di risonanza a questo articolo, perchè mi trovo d’accordo; troppa pigrizia in molte redazioni giornalistiche.

Fonte:   http://attivissimo.blogspot.com/

L’articolo si riferisce alla trasmissione del 24 settembre 2008:

Torna in tv la trasmissione Rai Voyager, che si occuperà, presumibilmente con il consueto rigore scientifico e consultando gli esperti di settore, di un tema assolutamente classico della misteriologia: l’Area 51.

L’annuncio del programma dice che la troupe di Giacobbo “tenta di entrare nella mitica base del Nevada: l’Area 51″. Buona fortuna. E ovviamente non manca l’interrogativo inquietante: “Cosa nascondono le Forze Armate americane, all’interno dell’impenetrabile zona militare?”

Se non volete spendere tempo a sorbirvi il format da stillicidio della trasmissione, ve lo dico io: di certo niente che andrebbero a raccontare a Giacobbo. E allora perché andarci?

Non mancherà anche un argomento che sicuramente turba i sonni dei contribuenti al canone Rai: la profezia di Einstein sulle api. Secondo Voyager, la profezia sta in una frase del grande scienziato, che “recita che quando scomparirà l’ultima ape sulla faccia della Terra, il destino dell’uomo sarà segnato per sempre”.

Vi posso risparmiare una buona mezz’ora di discorsi inconcludenti di Voyager: Einstein non ha mai detto o scritto nulla del genere, come spiega Snopes.com con dovizia di dettagli. Tempo richiesto per risolvere la questione: due secondi, il tempo di scrivere in Google “Einstein bees” e premere Invio.

I casi sono due. Alla redazione di Voyager non sanno cos’è Google, oppure prendono volutamente per i fondelli i creduloni che seguono la trasmissione. Questa è disinformazione pagata dai contribuenti. E poi ci chiediamo perché girano le storie più sceme sui pianeti in collisione e i calendari Maya e i giovani non conoscono la scienza e s’angosciano per i video dei cellulari che fanno il popcorn. Semplice: perché trasmissioni come Voyager imbottiscono loro la testa di cretinate.

Perché Voyager non alza le chiappe e va ad indagare i misteri veri della scienza? Luci di Hessdalen, l’”evento wow” di cui ho parlato qualche giorno fa, i risultati delle sonde Viking su Marte che sembravano indicare tracce chimiche di vita, le sonde Pioneer deviate fuori rotta da una forza sconosciuta, la macchina di Anticitera… queste sono solo le prime che mi vengono in mente.

No, eh? Troppa fatica. Molto più comodo riciclare la pappa pronta rigurgitata da qualche sito o libercolo di pseudoscienza, senza neppure fare una Googlata preliminare prima di aprir bocca, e al diavolo le conseguenze.

Il servizio sull’Area 51 s’è concluso esattamente come previsto (avrò poteri di precognizione?): con un bel nulla di fatto. Quattro tontoloni che ronzano intorno a una base militare e si scandalizzano perché vengono tenuti d’occhio. Di concreto, nulla.

Il servizio sulle scie chimiche è stato brutalmente riciclato da una puntata precedente: come al solito, Rosario Marcianò è stato presentato come se fosse un superesperto, con tanto di qualifica di “ricercatore”, quando è invece un semplice dilettante senza alcuna competenza aeronautica o meteorologica ed è oltretutto autore di numerose manipolazioni e falsificazioni di immagini e dati, già documentate in questo blog e altrove.

Già è scandaloso che la televisione pubblica spacci per esperti delle persone che non lo sono (per par condicio, a quando una puntata di Medicina 33 o Elisir condotta da un cartomante che fa le diagnosi con i tarocchi?). Ma stavolta è la redazione stessa di Voyager, specificamente Roberto Giacobbo, ad aver fatto delle affermazioni che a mio avviso rasentano il reato di procurato allarme:

“Perché questo fenomeno [delle scie bianche lasciate dagli aerei] avvenga in modo naturale si devono rispettare contemporaneamente tre condizioni: la temperatura deve essere tra i 40 e i 45 gradi sotto zero, l’altitudine dell’aereo deve essere almeno di 8000 metri, e l’umidità deve essere superiore al 70%. Se solo una di queste condizioni non si verifica, la scia bianca dell’aereo non avviene in modo naturale. Ma molte volte abbiamo visto degli aerei che lasciavano delle scie ad altitudini inferiori, a temperature diverse. E allora? Cosa stavano lasciando nell’atmosfera? C’è chi sostiene che qualcuno stia mischiando i gas della nostra atmosfera con qualcosa di particolare, forse per modificare il clima. A che fine? Scopriamolo insieme.”

Attenzione: qui Giacobbo fa delle affermazioni concrete e precise. Dice: molte volte abbiamo visto degli aerei che lasciavano delle scie ad altitudini inferiori, a temperature diverse”. Nessun condizionale, nessuna ipotesi: Giacobbo afferma di avere le prove del rilascio di scie al di fuori dei parametri “normali” da lui indicati (sui quali ci sarebbe da fare un discorso a parte, ma non ora). Dice di averli visti “molte volte”, addirittura.

Bene. Cara redazione di Voyager, chiedo pubblicamente le prove di quest’affermazione. Perché un conto è intrattenere la gente con quattro storielle sugli alieni e le conoscenze degli antichi egizi, un altro è far paura alla gente dicendo scemenze pur di riempire il vuoto pneumatico fra una raffica di spot e l’altra. Posso fornire nominativi di chimici, meteorologi e piloti di linea che confermano che le vostre affermazioni sono totalmente infondate.

Se volete darmi una mano a far sapere a Voyager che non siamo tutti citrulli a cui la si dà a bere facilmente, l’indirizzo è voyager@rai.it. La mia mail è già partita. Se preferite la carta, l’indirizzo è Redazione Voyager – Via Goiran 3 – 00195 Roma