Simonetta Di Pippo: L’esplorazione è il futuro

Un articolo di Simonetta di Pippo – Fonte: www.wired.it

Dall’aprile 2008 Simonetta Di Pippo (romana, 50 anni, astrofisica, Cavaliere della Repubblica nel 2006) è il direttore dei Voli abitati dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea. Nel 2002 ha coordinato la missione Marco Polo con Roberto Vittori, primo caso di un astronauta italiano su una Soyuz russa, e nel 2005 quella Esperia con Paolo Nespoli. È stata uno dei fondatori dei gruppi internazionali di lavoro Lunar Exploration e Mars Exploration.

Ho appena salutato uno dei miei collaboratori, l’astronauta belga Frank De Winne: ha indossato la tuta di volo e sta salendo sul veterano dei vettori spaziali, la Soyuz russa, per dirigersi alla volta della Stazione Spaziale Internazionale (Iss). Non è il suo primo viaggio. E non è il primo astronauta o cosmonauta che saluto alla partenza.

Ma questo viaggio è simbolicamente molto importante: De Winne e i suoi due colleghi (il russo Roman Romanenko e il canadese Robert Thirsk) non daranno il cambio a qualcuno ma andranno a formare un equipaggio di sei persone che abiteranno e lavoreranno da maggio a novembre a bordo della Iss.

I sei – americani, russi, canadesi, giapponesi e europei – saranno il team di una nave spaziale dedicata alla ricerca scientifica che rappresenta la prima “propaggine umana” – abitata in permanenza – al di fuori della biosfera. In termini storici questo laboratorio/avamposto equivale agli insediamenti nelle isole Azzorre qualche decennio prima che Colombo preparasse il suo viaggio verso ponente “por buscar levante”. L’esplorazione è sempre stata sinonimo di sviluppo, progresso tecnologico e sociale, benessere.

I 14 paesi che da dieci anni lavorano alla costruzione della Iss, e che oggi celebrano il suo quasi totale completamento, sono il segno che l’esplorazione può anche – anzi, non può che – essere un’impresa collettiva e non più una “competizione”. I sei astronauti e cosmonauti che lavoreranno per sei mesi in condizioni di microgravità sono gli ambasciatori di un mondo che ha imparato a realizzare grandi opere scientifiche e tecnologiche lavorando insieme e condividendo i risultati.

Vivere e lavorare in assenza di peso è una sfida e anche un’opportunità unica per la ricerca medica e farmaceutica, per la biologia e lo studio dei nuovi materiali. La Iss è una piattaforma attiva 24 ore al giorno, sette giorni su sette, che contribuisce inoltre alla comprensione dei fenomeni climatici e della fisica dello spazio. Se l’investimento è stato significativo, la Iss servirà più a lungo di quanto non fosse previsto inizialmente. I moduli pressurizzati (oltre la metà della parte non russa sviluppati in Italia) e la struttura verranno utilizzati per almeno altri 15 anni per condurre ricerca e per preparare le tappe successive dell’esplorazione.

A quarant’anni dal primo sbarco sulla Luna, una “toccata e fuga” tanto spettacolare e eroica quanto frutto di una stagione passata, molti tra i paesi che hanno intrapreso i voli spaziali (compresi, questa volta, Cina e India) hanno sviluppato una visione per l’esplorazione. Una visione che è politica nazionale prima ma che confluisce in una strategia globale, battezzata Global Exploration Strategy. L’esplorazione umana del sistema solare col supporto di missioni con sonde automatiche e robotiche è oggi un progetto largamente condiviso.

Staremo ancora a lungo nelle orbite basse. Perché è utile, è sicuro, è conveniente per preparare i viaggi interplanetari, dai più rapidi ai più lunghi. Per questo salutando il nostro astronauta penso che oggi si apra una nuova era: quella del pieno sfruttamento delle potenzialità dell’orbita bassa. Con le sue ricadute tecnologiche e scientifiche ma anche con la possibilità di progettare, per un domani non troppo lontano, degli “hangar” spaziali. Mi immagino già le missioni dopo il 2020, quando lanceremo verso una nuova stazione spaziale (magari con moduli cinesi e indiani oppure brasiliani) ingegneri astronauti con il compito di assemblare la prossima spedizione per la Luna oppure, più tardi, la prima verso Marte.

Una stazione “spazio-porto” dove i costi di trasporto, la sicurezza e l’assemblaggio in orbita saranno più convenienti che sviluppare enormi vettori per lanciare navi spaziali verso la Luna o Marte. E sono sicura, perché ci sto lavorando, che l’impegno dell’Europa in questo campo sarà ripagato con un cittadino europeo che farà parte del primo equipaggio che tornerà sulla Luna per restarci o della prima missione verso Marte.

Forse proprio uno dei sei ragazzi che abbiamo presentato alla stampa europea il 20 maggio. Si è chiuso il portellone della Soyuz, Frank parte. Aspetteremo a Mosca che attracchi alla Iss; comincerà allora la sua missione in orbita che è un tassello di una storia, quella storia che porterà l’umanità verso nuove frontiere per un progresso e uno sviluppo sostenibile, per il futuro di noi tutti.

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