Un computer, lo abbiamo visto, può durare molto più di quello che pensiamo, anzi può addirittura avere una seconda vita. Ma se proprio è arrivato a fine corsa e va buttato, diventa un rifiuto potenzialmente pericoloso che, al pari degli altri rifiuti tecnologici (i Raee) come tv ed elettrodomestici, deve essere smaltito in maniera differenziata.
Il motivo è chiaro: la messa in discarica, l’incenerimento o l’abbandono nell’ambiente di queste macchine può rilasciare nell’ambiente sostanze altamente nocive, come diossine, Pcb, Cfc, mercurio, cromo esavalente, piombo e cadmio.
In Italia però la maggior parte dei rifiuti tecnologici non arriva mai ai centri di raccolta differenziata (Cdr) come dovrebbe. “L’obiettivo europeo per ogni italiano, in base alla produzione di rifiuti stimata, è di 4kg di Raee a testa. Finora siamo tra gli 1,7 e gli 1,8”, spiega con amarezza Maria Letizia Nepi, vicesegretaria di Fise-Unire (Unione imprese di recupero).
Troppi rifiuti pericolosi dunque non arrivano mai ai centri di raccolta. Vuoi per l’insensibilità dei cittadini, vuoi perché i Cdr non sono sempre comodi da raggiungere e spesso neppure ci sono sul territorio. L’indagine condotta la scorsa primavera da Greenpeace sulla raccolta dei rifiuti elettronici (da cui è nato il dossier “Hi Tox”) ha dimostrato che, su 60 centri di raccolta, ben 11 esistevano solo sulla carta.
In futuro potrebbe essere più facile smaltire correttamente il vecchio pc. Sarebbe infatti finalmente in dirittura d’arrivo (ma, visto che non c’è ancora stata la pubblicazione, nulla è certo, ci spiega la Nepi) il decreto Semplificazioni, atteso già dal febbraio 2008.
È quello che – semplificando le autorizzazioni necessarie perché i negozi possano stoccare rifiuti tecnologici – farà sì che al momento dell’acquisto di un nuovo pc (o di altro elettrodomestico) il rivenditore sia obbligato a riprendersi quello da eliminare.
Anche una volta arrivati nei Cdr, però, non è detto che i Raee siano al sicuro. Secondo il dossier di Greenpeace, infatti, solo il 20% dei Cdr ispezionati risultava in regola con i requisiti previsti dalla normativa, il 40% non li rispettava in parte e l’altro 40% per nulla.
Un capitolo con qualche ombra inquietante riguarda la fase a valle dei centri di raccolta, ossia il riciclaggio vero e proprio. Le tecniche affinate e i nuovi materiali permettono di riciclare sempre di più e meglio, ma non sempre tutto avviene correttamente. Lo dimostrano i traffici di Raee seguiti da Greenpeace dall’Europa verso paesi come Ghana e Nigeria dove vengono trattati senza le dovute precauzioni per i lavoratori e l’ambiente. Insomma, la sola cosa certa è che meno rifiuti tecnologici produciamo meglio è.
Fonte: http://www.ermesconsumer.it
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