Reuters, un decennio per immagini

24 Novembre 2009


Il Verbo di Dio è online

10 Novembre 2009

Mentre i simboli religiosi tornano ad imporsi come portatori di valori  identitari, il concetto di sacro si sta trasformando attraverso la Rete con la diffusione sempre crescente di fenomeni di religione 2.0.

Che “il mezzo è il messaggio” è del resto un’intuizione che alla Chiesa cattolica non è mai sfuggita. Basta guardare indietro nei secoli per rendersi conto dell’importanza che i media hanno rivestito per il cattolicesimo, nel bene e nel male.

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Crocefissi nelle scuole: L’intervento dell’Ass. Lazzati

5 Novembre 2009

Ricevo e pubblico, nel rispetto dell’informazione. Il mio punto di vista personale l’ho già espresso nei giorni scorsi. Pao.

Sarà mia cura girare all’Uff. Stampa dell’Assessore, che mi ha inviato il comunicato,  eventuali commenti in merito.

°°°

L’Assessore Provinciale all’Istruzione e all’Edilizia Scolastica, Marina Lazzati, entra nel merito della sentenza della Corte Europea sui Crocefissi nelle scuole.

“La Provincia di Milano intende attenersi a quanto previsto dal Concordato e più volte ribadito dal Ministero della Pubblica Istruzione. I crocefissi devono rimanere nelle nostre scuole come segno di una storia e di una cultura che sono a fondamento del nostro Paese e dell’intera Europa.

Compito della Provincia è fornire alle scuole i crocefissi come tutti gli altri arredi che vengono richiesti annualmente. E’ pur vero che in molte scuole superiori mancano i crocefissi in parecchie aule, ma questa è una delle tante conseguenze degli scioperi e delle occupazioni che sono state tollerate e in alcuni casi favorite negli anni passati, per cui spesso i crocefissi sono stati riposti per timore che venissero fatti oggetto di utilizzi impropri o di scherzi di cattivo gusto, ma anche in questi casi sono stati mantenuti negli uffici e negli spazi comuni come previsto dalla legge.

La Provincia continuerà a fornire crocifissi fino a diverse disposizioni. Su questo argomento, comunque, occorre fare qualche riflessione di tipo educativo: dove si vuole arrivare allevando una generazione senza precisi punti di riferimento e senza identità? Siamo certi che si educhi al dialogo e alla comprensione reciproca levando di mezzo qualsiasi ideale e qualsiasi sentimento? I numerosi studenti che frequentano le nostre scuole provenendo da esperienze culturali e religiose differenti si sentiranno accolti se sapremo condividere con loro i nostri sentimenti , la nostra storia e le nostre convinzioni e sapremo capire le loro, non se ci chiuderemo in un vuoto asettico e nichilista.

Un simbolo non implica né imposizione né indottrinamento forzato, ma sta a significare il percorso storico e culturale che ci caratterizza: questo senza voler fare guerre di religione e lasciando ciascuno libero di decidere i propri percorsi nella consapevolezza di quello che si intenda scegliere  o rifiutare.

Dobbiamo riappropriarci dell’orgoglio di essere Cristiani,e rivendicare così la nostra identità e la nostra storia”.

Marina Lazzati
Assessore all’Istruzione ed Edilizia scolastica
Provincia di Milano

 


Via il crocefisso dalle scuole

4 Novembre 2009

Non era mia intenzione scrivere sull’argomento, tuttavia a bocce ferme ritengo di avere la necessità di condividere il mio pensiero con gli amici che mi leggono abitualmente.

La decisione ormai la conosciamo tutti: «La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni».

Leggo sul giornale che: La cittadina che ha fatto ricorso alla Corte di Strasburgo è Soile Lautsi Albertin, cittadina italiana originaria della Finlandia: nel 2002 chiese all’istituto comprensivo statale Vittorino da Feltre di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocefissi dalle aule in nome del principio di laicità dello Stato.

i giudici di Strasburgo, interpellati dalla Lautsi nel 2007, le hanno dato ragione, stabilendo inoltre che il governo italiano dovrà versarle un risarcimento di cinquemila euro per danni morali.

Il risarcimento di cinquemila Euro per danni morali, mi sembra ridicolo a prescindere, in quanto il ricorso per motivi è basato su motivi puramente ideologici, ma in ogni caso sorvolo sulla questione.

Ignoro anche il punto di vista del Vaticano che ovviamente è di parte, così come trovo ridicolo che parlino di ingerenza, cosa quest’ultima che loro praticano da sempre, basta vedere cosa è successo in merito alla pillola RU486 alla quale è lecito che si oppongano, dal punto di vista morale, ma poi la disapprovazione e condanna si è trasformata in pressione politica il che, per me, è ingerenza.

Torniamo al Crocifisso ed al fatto che ostacoli l’educazione dei figli. E’ un simbolo religioso, certo, ma cosa può ostacolare, appeso su un muro? Basandosi sul principio espresso dalla Corte vien da dire che anche le Chiese, con le loro croci e simboli religiosi, siano di impaccio, ed allora sarebbe megliod emolirle e costruire degli anonimi casermoni in anonimo cemento armato, senza nessuna insegna o simbolo.

E che dire dei preti (e suore) che circolano per le strade? Sono il simbolo vivente (e pure parlante!) della religione. Non disturbano l’educazione (religiosa) dei figli? Sarà il caso di abbatterli, come fossero dei fagiani in stagione di caccia?

Detto questo, chi mi conosce sa che io non credo in Dio. Questo nonostante abbia avuto la classica educazione cattolica degna di un figlio degli Anni ‘60, nonostante a scuola oltre al Crocifisso ci fossero addirittura dei preti nell’ora di religione e non degli insegnanti laici, nonostante il catechismo piuttosto invasivo nell’educazione religiosa dei ragazzi. E nonostante questo bombardamento ideologico, grazie anche all’educazione impartitami dai genitori, che mi lasciavano libero di pensare con la mia testa, perbacco, è finita che non credo in Dio.

Dubito fortemente che si possa delegare ad un simbolo sul muro la responsabilità di impedire o meno l’educazione (religiosa e non) di un figlio. Come non credente, la presenza o meno del crocifisso sul muro, la trovo irrilevante, tuttavia trovo sbagliate le motivazioni adotte dalla Corte.

Sicuramente come Stato laico (o presunto tale), non dovrebbero esserci simboli religiosi in classe o negli uffici pubblici, ma è anche vero che abbiamo una formazione, un’impronta civile basata sul cattolicesimo e quindi non è neanche giusta una decisione che prevarichi di fatto il sntire comune.

Poco fa alla radio un ascoltatore ha scritto che essendo vegetariano può pretendere che le vetrine delle macellerie siano oiscurate? No, per cui semplicemente basta guardare da un’altra parte. D’altro canto non è possibile adattare usi e costumi per accontentare ogni singolo abitatante. La tolleranza e l’integrazione passano anche da qui.

Per le stesse ragioni trovo assurdo che in certe scuole si vietino i festeggiamenti del Natale per non offendere i bimbi musulmani. Non mi aspetto neanche la reciprocità da parte di altre nazioni. Io non festeggio il Natale se tu (nel tuo Paese) non festeggi il Ramadan, perchè io mi potrei risentire. Siamo seri… In azienda c’è un operaio musulmano. Lui pratica il Ramadan ed a Natale resta a casa, prende il pacco regalo aziendale, nessuno si sente minacciato dalla religione altrui.

Anni fa mi sono recato in Cina, per un viaggio di lavoro, molto prima che la Cina diventasse la nazione che è oggi. In occasione di una gita all’interno, in paesi rurali, c’è stata l’occasione di osservare delle funzioni religiose buddiste, per un funerale. Io mi sono messo in un angolo ed ho seguito il rito. Altre persone che erano con me, si sono messe a scattare foto al monaco buddista, sparandogli in faccia il flash. Ecco, questa secondo me è mancanza di rispetto.

Non un crocefisso sulla parete, un albero di Natale in una scuola elementare, un velo sulla testa oppure la barba di un ebreo ortodosso. Vivi e lascia vivere….

 


Germania: una donna a capo della chiesa evangelica

28 Ottobre 2009

Non era mai successo dai tempi di Martin Lutero. Il Sinodo della Chiesa Evangelica tedesca, riunito a Ulm, ha eletto come presidente il vescovo di Hannover, Margot Kaessmann, una 51enne divorziata e madre di 4 figli. La nuova «papessa» è molto nota in Germania, tanto per la sua grande abilità oratoria che per il suo notevole talento mediatico.

La signora Kaessmann, che negli anni scorsi ha vinto una battaglia contro il cancro, è adesso a capo di 25 milioni di protestanti tedeschi. L’avvento di una donna alla guida della Chiesa Evangelica tedesca è una novità assoluta: la Kaessmann è infatti il primo capo donna della Chiesa protestante dai tempi della riforma luterana.

La Kaessmann è entrata nella Chiesa evangelica tedesca, nel 1981 con il suo primo incarico; dieci anni fa fu nominata vescovo, e si ribellò al tentativo di inquadrarne la carriera religiosa nella cornice delle “quote rosa”: «Fu un passo verso la normalità, come fu percepito da tutte le donne impiegate nella Chiesa», commentò all’epoca.

A proposito della fine del suo matrimonio ha detto, secondo quanto riporta il quotidiano tedesco «Hamburger Abendblatt»: «Il dono del matrimonio mi è stato tolto dopo 26 anni, e ho divorziato. Non volevo mantenere un matrimonio di facciata, ma vivere in modo sincero». La nuova guida dei luterani ha a cuore innanzitutto la questione sociale e il recupero delle fede: «Per me è una tragedia che tante persone in Germania non conoscano più la Bibbia», ha dichiarato.

a Kaessmann è anche attenta al valore della dimensione ecumenica: «Ci unisce più di quello che ci divide», ha commentato parlando dei cattolici. Sulla funzione della sua Chiesa, ha aggiunto: «Noi siamo la Chiesa nel mondo con il compito di diffondere il Vangelo, di celebrare la messa, e di sostenere i più deboli».

Fonte: www.corriere.it


Il Grande Imam dei sunniti: Il velo integrale non è Islam

6 Ottobre 2009

Che la laica Francia se la prenda con il burqa non sor­prende più di tanto. Che la som­ma autorità religiosa di tutti i musulmani sunniti condanni duramente il velo integrale può invece stupire.

Eppure sheik Mohammad Tantawi, Grande Imam dell’Azhar, que­sta volta è stato chiaro. «Il ni­qàb , il velo che copre il volto, è una tradizione del tutto estra­nea all’Islam», ha detto a una stupitissima liceale visitando la sua scuola al Cairo. «Perché lo porti? Non è religione que­sta, e io di religione credo di ca­pirne più di te e dei tuoi genito­ri ».

E ancora: «Emanerò una di­rettiva per proibire l’uso di que­sto velo in tutte le scuole di Al Azhar. Allieve e insegnanti non potranno più portarlo». A dife­sa della ragazza, racconta il quotidiano Al Masri Al Yawm, sono intervenute le professo­resse: «Se l’è messo quando è entrato lei, con le compagne non lo indossa». Ma l’anziano capo di Al Azhar ha ribadito il divieto, comunque e sempre.

Sconosciuto di fatto fino al­l’inizio degli anni ‘80, in Egitto il velo integrale si è diffuso con l’estremismo islamico. E se una volta a portarlo per le vie del Cairo erano solo le «arabe dal Golfo», considerate dalle egiziane meno progredite sep­pur più ricche, oggi il niqàb è popolare. Il governo, laico, ha tentato a più riprese di impedir­ne l’uso, considerandolo segno di resistenza al regime e di so­stegno invece ai Fratelli Musul­mani, unica opposizione politi­ca rimasta nel Paese.

Nel 1999 una lunga battaglia tra il mini­stero dell’Informazione e alcu­ni avvocati integralisti si con­cluse con il suo bando dalle scuole pubbliche. Nel 2007 il ministro degli Affari religiosi ordinò alle moschee di impedi­re l’ingresso a chi lo indossava. Proibizioni poco rispettate in realtà. Anzi, sempre nel 2007, l’Università Americana del Cai­ro fu costretta a riammettere una studentessa coperta dalla testa ai piedi.

Sheikh Tantawi per anni ha cercato il compromesso. «Por­tare o meno il niqàb è una scel­ta personale», sosteneva, senza vietarlo nè elogiarlo. E perchè ora abbia cambiato idea non è facile dire. Certo, l’allarme sicu­rezza è massimo in Egitto e le autorità sostengono che sotto a un niqàb si può na­scondere di tutto, un terrorista come delle armi. La lotta del raìs Mubarak contro gli islamici radicali è sem­pre più dura e Al Azhar tiene molto ai buoni rapporti con il potere.

Ma è anche ve­ro che il «Papa sunni­ta » ha già dato prova in passato di moderazione. Nel 2001, dopo le Torri Gemelle, sheikh Tantawi definì «eretici» gli attentatori-suicidi. Nel 2005, sfidando una tradizione millenaria, proibì le mutilazio­ni genitali femminili, la «cir­concisione» delle bambine che certo islamica non è ma viene difesa da molti imam e conser­vatori. Fu inondato da critiche e accuse, allora. E adesso, dopo l’incontro con la liceale senza volto del Cairo, sta già succe­dendo lo stesso.

Fonte: www.corriere.it


Il Powerpoint sull’Islam: mini-indagine

2 Ottobre 2009

Un articolo di Paolo Attivissimo – Fonte: http://attivissimo.blogspot.com
Mi sono arrivate parecchie segnalazioni, a partire dalla fine di settembre scorso, di un file PowerPoint che si chiama Razzismo.pps e mostra una serie di fotografie di persone che portano cartelli con degli slogan tutt’altro che rassicuranti, scritti in inglese.

Il testo della presentazione inizia così: “Le foto che seguono sono state scattate durante la manifestazione de ‘la religione della pace’ recentemente celebrata per la comunità musulmana a Londra. Non sono state pubblicate su stampa né tv per non offendere nessuno.”

Seguono alcune immagini accompagnate dalla traduzione, sostanzialmente esatta, delle scritte riportate sui cartelli: “Ammazzate quelli che insultano l’Islam”, “Europa pagherai, la tua demolizione è iniziata”; “decapitate quelli che insultano l’Islam”. Qualche altro esempio: “Europa impara dall’11 settembre”, “Europa pagherai, il tuo 11 settembre sta arrivando”, “Preparatevi per il vero Olocausto”.

La presentazione si conclude con l’appello a far circolare queste immagini e l’esortazione a riflettere sul pericolo che rappresentano le idee espresse in quei cartelli.

Non intendo certo mettermi a disquisire sulle religioni e le ideologie e sui fanatismi d’ogni sorta che spesso scaturiscono da entrambe: sottolineo soltanto che purtroppo il monopolio sulla stupidità e sull’odio non ce l’ha nessuno. Detto questo, mi limito ai fatti, visto che l’appello contiene informazioni errate che vanno corrette: poi ognuno farà le proprie valutazioni.

Innanzi tutto non è vero che “le foto sono state scattate a Roma”, come affermano alcune delle mail nelle quali circola come allegato quest’appello (il file Powerpoint dice che invece sono state scattate a Londra, alla faccia della coerenza interna). Le immagini mostrano un’architettura decisamente poco romana, in una delle foto (quella qui accanto) c’è un poliziotto dalla divisa molto britannica, e le scritte sui cartelli sono in inglese, cosa che avrebbe poco senso in una manifestazione in Italia.

Infatti è sufficiente cercare una delle immagini in Tineye.com per scoprire la pagina di Snopes.com che spiega da dove provengono in realtà quelle fotografie: da una presentazione PowerPoint che risale al 2006 ed era scritta in inglese. Quindi le immagini non mostrano affatto una “manifestazione… recentemente celebrata”.

Si riferiscono infatti alla protesta svoltasi il 3 febbraio 2006 a Londra in seguito alla pubblicazione su un giornale danese, il Jyllends-Posten, di alcune vignette satiriche che ritraevano Maometto, cosa ritenuta blasfema secondo la religione islamica. La pubblicazione era avvenuta tempo prima, il 30 settembre 2005, ma la polemica esplose quando le vignette furono ripubblicate nel giornale cristiano norvegese Magazinet e nel sito del giornale norvegese Dagbladet.

La protesta mostrata nelle foto radunò da 300 a 700 manifestanti (le stime sono molto variabili), che marciarono, scortate dalla polizia, dalla moschea di Regent’s Park fino all’ambasciata danese a Knightsbridge. Fu documentata ampiamente dai principali media britannici (qui un video della BBC; qui una delle fotografie), per cui è falsa l’affermazione, contenuta nella presentazione, che le immagini della manifestazione “non sono state pubblicate su stampa né tv per non offendere nessuno”.

La manifestazione fu condannata dai politici britannici e anche dai rappresentanti della comunità islamica nazionale, con commenti come “quella gente rappresenta i musulmani meno di quanto il BNP [partito ultranazionalista razzista britannico] rappresenti il popolo britannico”. Quindi è ingannevole affermare che la manifestazione fu organizzata “per la comunità musulmana a Londra”. E di certo non fu tollerata dal governo: quattro degli organizzatori furono processati e condannati a pene da quattro a sei anni di carcere per istigazione all’omicidio e all’odio etnico (BBC; BBC).

Le scritte sui cartelli, dunque, non sono fotomontaggi come alcuni hanno sospettato: i lettori che hanno notato la grafia molto simile dei vari cartelli hanno ragione, perché furono preparati quasi tutti da un’unica persona, il ventiquattrenne Abdul Muhid, uno dei quattro organizzatori condannati.

Snopes precisa inoltre che una delle foto, quella mostrata qui accanto, non si riferisce alla manifestazione londinese del 2006 ma a un’altra protesta tenutasi a Luton un paio d’anni prima.

Questi sono i fatti: la presentazione che si atteggia a fonte di verità scomode si rivela essere un minestrone di informazioni fasulle. Sarò all’antica, ma combattere gli estremismi stupidi ricorrendo a bugie altrettanto stupide mi sembra un autogol notevole.

A meno che, sotto sotto, non si sia uguali a ciò che si dice di odiare.


Lo zio: «Metti il velo o t’ammazzo»

1 Ottobre 2009

«Cerco un lavoro, posso chiedere a voi?». Si è presentata così a un incontro per le straniere promosso dallo Sportel­lo Donna del Comune di Abbiategrasso un’islamica le cui generalità devono ri­manere segrete. Da allora la sua vita è cambiata. Il lavoro non l’ha ancora tro­vato. Ma ha ottenuto qualcosa di più im­portante: un posto in una casa famiglia, in una località segreta in Lombardia, do­ve può riprendere in mano le redini del­la sua vita. La donna, che ha 33 anni, forse avreb­be fatto la fine di Hina, o di Sanaa, le due giovani assassinate per aver scelto uno stile di vita «troppo occidentale».

Anche lei si è sentita dire «Ti ammazzo» dai suoi fratelli e dagli zii che la segrega­vano in casa e la obbligavano a indossa­re il «niqab», il velo che lascia scoperto solo gli occhi attraverso una fessura, perfino tra le mura domestiche. Se si ri­bellava, erano botte. Una vita che lei, cre­sciuta fino all’adolescenza in una città della Toscana, dove aveva anche fre­quentato le scuole dell’obbligo, non era più disposta a sopportare. Ha racconta­to la verità alle operatrici dello sportello comunale. «Non è vero che cerco lavoro. Sono scappata di casa, ma se mi trovano è fi­nita». Così, in collaborazione con il Co­mune dove abitava, è partito l’iter che le ha permesso di trovare alloggio in una casa famiglia fuori provincia. «Sta impa­rando di nuovo a vivere in società – spie­gano gli educatori – Per anni le è stato imposto di tenere gli occhi abbassati quando parlava con i capifamiglia o semplicemente altri uomini».

Alle ope­ratrici dello sportello donna, ha fatto avere un messaggio: «Ho finalmente tro­vato qualcuno che mi ha ascoltata. Non sono ancora pronta per trovare un im­piego e vivere da sola, ma ce la farò». «Quando si è presentata a quell’in­contro, promosso insieme a un consul­torio le abbiamo proposto di fare do­manda come commessa. Lei invece vole­va fare la badante – racconta chi ha rac­colto il suo sfogo – Poi mentre parlava, è scoppiata in lacrime». Così, ha raccon­tato la sua storia. «Per un po’ ho lavora­to in una mensa. Ora mi costringono a curare i miei nipoti, a indossare il velo in casa e non posso uscire. Ho protesta­to, mi hanno picchiata e mi hanno detto che mi ammazzano. Ho preso l’autobus e sono scappata».

Dal Comune precisa­no che la donna non viveva a Abbiate­grasso, dove, fra l’altro, c’è una comuni­tà islamica che collabora costantemente con il municipio e la parrocchia. «L’epi­sodio in questione è molto grave, ma è importantissimo non fare di tutta l’erba un fascio – sottolinea invece Elena Sach­sl, direttore sanitario dell’ambulatorio del «Naga», l’associazione milanese che offre assistenza medica e legale e agli immigrati – la violenza sulle donne non c’entra nulla con la religione. L’islam in­segna all’uomo che la donna va protetta e tutelata, anche l’uso del velo nasce in questo senso. Poi ci sono invece gli abu­si, come quello in questione. Si tratta pe­rò di usanze culturali, e non religiose, e la cultura non si cambia da un giorno all’altro. Inoltre, il clima persecutorio che le famiglie immigrate vivono in que­sto periodo di certo non aiuta, anzi ina­sprisce le situazioni già delicate».

www.corriere.it


L’inviato sotto protezione per il libro su una sciita

30 Settembre 2009

«La busta era infilata nel parabrezza della mia macchina, par­cheggiata sotto casa, a Roma. Dentro c’erano due proiettili e questo foglio. Eccolo». Il foglio, scritto e stampato al computer, dice: «Nello Rega sei morto questi sono per te e subbito (sic) lo fac­ciamo. Sei morto e vedrai la fine che fa­rai tu perché Allah e Hezbollah hanno deciso di farti morire. I colpi Nello Re­ga sono per te perché dici bugie fai ma­le a sciiti libanesi e scrivi contro scii­ti… ». «La seconda busta è arrivata a ca­sa di mia madre Antonietta, a Potenza. Due proiettili. Altre minacce, molto si­mili. E la fotocopia della copertina del libro » .

Il libro si intitola Diversi e divisi. Dia­rio di una convivenza con l’Islam. Nel­lo Rega, 43 anni, inviato di Televideo, l’ha scritto per raccontare la storia d’amore durata tre anni con una donna sciita, Amira. «Un amore ‘diviso’, quel­lo che si consuma tra un uomo e una donna ‘diversi’. Distanti nel modo di comunicare, di baciare, di fare l’amo­re » è scritto nella quarta di copertina. Il volume è appena arrivato in libreria, ma da due settimane se ne parla nel blog della casa editrice, Terra del Sole.

L’introduzione è firmata da Luca Zaia, ministro dell’Agricoltura e «uomo for­te » della Lega in Veneto, che prende spunto dalla vicenda per concludere che «la violenza, la vendetta, la subordi­nazione della donna non fanno parte della nostra cultura cristiana e non si capisce perché dovremmo accettare inermi tutto ciò… L’Occidente e l’Orien­te hanno molto da insegnare l’uno al­l’altro, ma credo che all’Occidente vada riconosciuto il primato di diffusione di quei diritti che devono essere da tutti condivisi » .

Non era la prima volta che Rega ri­ceveva minacce. «Nel gennaio di que­st’anno trovai un foglio infilato sotto la porta di casa. C’era la fotocopia di una mia foto, presa dal libro sul Li­bano che ho pubblicato due anni fa, Sud dopo Sud , e una scritta: ‘Mori­rai. Ti colpiremo nel nome di Al­lah, perché hai fatto male agli scii­ti’ ». Poi altri messaggi: «Un mese dopo, sotto il parabrezza dell’au­to, nel parcheggio Rai di Saxa Rubra. Quindi a casa di mia madre, con una foto di Nasrallah, il capo di Hezbollah. Di nuovo sul vetro dell’auto, stavolta sotto casa di amici dov’ero andato a ce­na, sulla Prenestina. Capii che conosce­vano i miei spostamenti. Un giorno che ero stato con una collega a San Lo­r enzo trovai un messaggio a casa: ‘Ti abbiamo visto stamattina al Verano con la tua amica…’. Sono andato dai ca­rabinieri. Ma il primo pm ha archiviato il caso, anche se i militari chiedevano un supplemento d’indagine. Poi per fortuna ho trovato un pm, Francesco Polino, che mi ha dato ascol­to ».

Il prefetto, vale a dire il Vi­minale, ha predisposto una tu­tela. Il caso è arrivato al pool an­titerrorismo della capitale. Ma è sicuro, Rega, che Hezbollah c’en­tri davvero? «Non lo so. Sono convinto però che ne sia a cono­scenza. Ho scoperto solo dopo che Ami­ra aveva parenti legati all’organizzazio­ne. Non accuso nessuno. Ma ho molta paura per la mia incolumità; perché questa sentenza di morte potrebbe es­sere eseguita anche da altri fondamen­talisti che si ispirano agli stessi princi­pi » .


La storia con Amira era cominciata nel 2005, in Libano, dove Rega seguiva le elezioni. «La sua famiglia aveva un albergo a Naqoura, al Sud, vicino al confine con Israele, dov’è schierata la missione Onu a guida italiana. All’ini­zio mi parve una donna del tutto occi­dentalizzata: a parte la carnagione un po’ più scura, poteva sembrare roma­na. Mi ha seguito in Italia. Ci amava­mo. Parlavamo di matrimonio. Poi me l’hanno portata via. A Roma ha incon­trato persone legate all’ambiente del fondamentalismo, che l’ha attratta a sé. All’improvviso mi ha lasciato. E io ho scritto la nostra storia, senza ranco­ri, per raccontare il mio sentimento e la sofferenza di non poter vivere con lei».

E ora? «Sono terrorizzato. Viaggio da solo, non mi sento realmente protet­to. Ma nessun giornale ha raccontato si­nora la mia vicenda. Ho ricevuto la soli­darietà dell’Usigrai (il sindacato della tv pubblica), dell’Ordine, della parla­mentare marocchina Souad Sbai; e su­bito l’avvocato della sua associazione, Loredana Gemelli, è stata a sua volta minacciata. Ma non voglio tacere. Non voglio darla vinta a loro. Chiedo però allo Stato di non abbandonarmi, di pro­teggere la mia esistenza». Alle forze del­l’ordine e alla magistratura spetta stabi­lire la gravità dell’allarme. Resta il fatto che c’è uno scrittore che riceve proietti­li e minacce di morte da sedicenti fon­damentalisti islamici per un libro, ha ottenuto una protezione per quanto forse insufficiente, eppure nessuno ne parla.

Aldo Cazzullo

Fonte: www.corriere.it


Papa: “Divorzio rovina i figli”

25 Settembre 2009

Nota di Pao: Fermo restando che esistono persone e genitori superficiali, resta il fatto che un divorzio non è mai una passeggiata, nè a livello affettivo nè economico, e che nessuno lo fa a cuor leggero. E qui mi fermo dal commentare, appellandomi al (mio) 1° Emendamento che mi consente di pubblicare la notizia nella Categoria Non commento.

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l Papa stigmatizza il divorzio, la convivenza e le famiglie allargate. Parlando ad un gruppo di vescovi brasiliani in visita a Roma, Benedetto XVI denuncia l’”assedio alla famiglia” basata sul matrimonio tra uomo e donna. Molti bambini, a causa di questi fenomeni, vedono rovinata la loro vita perché spesso “privati dell’appoggio dei genitori, vittime del malessere e dell’abbandono”.

“La Chiesa non può restare indifferente davanti alla separazione dei coniugi e ai divorzi – ha detto papa Ratzinger – davanti alla rovina delle famiglie, e dalle conseguenze create nei figli dal divorzio. Questi, per essere istruiti ed educati, hanno bisogno di riferimenti estremamente precisi e concreti, di genitori determinati e certi che in modo diverso concorrano alla loro educazione.

Ora – ha aggiunto – è proprio questo principio che la pratica del divorzio sta minando e compromettendo con la cosiddetta famiglia allargata e mobile, che moltiplica i ‘padri’ e le ‘madri’ e fanno in modo che la maggioranza di quelli che si sentono ‘orfani’ non siano i figli senza genitori, ma i figli che ne hanno troppi. “Questa situazione, come l’inevitabile interferenza e intreccio di relazioni – ha concluso – non può non generare conflitti e confusioni interne, contribuendo a crescere e imprimere nei figli una tipologie alterata di famiglia, assimilabile in qualche modo proprio alla convivenza, a causa della sua precarietà”.

Fonte: www.corriere.it